Parrocchia Santa Maria ad Martyres - Via Adriano Falvo, 2/1 - 84127 Salerno
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Sito web: www.santamariaadmartyres.it

 

S. Francesco di Paola

I Miracoli

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

Vengono qui presentati alcuni dei numerosi eventi prodigiosi tramandati dalla tradizione e raccontati da coloro che deposero ai vari Processi di beatificazione del Santo e da numerosi biografi, primo fra tutti  p. Lorenzo Delle Chiavi, o Clavense, o. m. discepolo contemporaneo di san Francesco, che con la firma di Anonimo scrisse la “Vita S. Francisci de Paula, Minimorum Ordinis Institutoris scripta ab anonymo ejusdem sancti discipulo, eique coaevo”.

La resurrezione di "Martinello"
Martinello è il nome che S. Francesco ha dato a un agnellino che lo segue sempre e a cui è molto affezionato. Durante i lavori per la costruzione della chiesa a Paola, alcuni operai glielo rubano e dopo averlo sgozzato e mangiato, ne gettano la pelle e le ossa nella fornace della calce.
Appena Francesco lo viene a sapere, si reca all'imboccatura della fornace e grida: "Martinello, Martinello, vieni qua". Subito l'agnellino esce dalle fiamme sano e in vita e, come era solito fare, prende il cibo dalle mani di lui.
Per ricordare questo miracolo, nelle icone il Santo viene rappresentato con in braccio un agnellino.  

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

La Fornace in fiamme
Durante la costruzione del convento, all'improvviso si sviluppa un incendio nella fornace dove i frati stanno preparando i mattoni,. Le fiamme crescono a dismisura e in breve divorano pareti e travi, al punto che l’intero soffitto è ormai in procinto di cadere, col rischio di perdere ogni cosa. Inutilmente gli operai cercano di opporsi alla furia del fuoco, cercando di chiudere le crepe con l’utilizzo di pietre e terra.
Non sapendo più che fare, chiamano il Santo, il quale subito si accorge della gravità della cosa, ma tranquillizza tutti dicendo: “Per carità figlioli non v’affliggete, perché non cadrà la fornace, andate intanto a far colazione, che Iddio rimedierà al bisogno”.
Mentre si allontanano, i frati vedono Francesco entrare nella fornace in mezzo alle fiamme.
Al loro ritorno lo ritrovano incolume, sano e salvo, di fronte alla fornace che è tornata come nuova, senza alcun segno di abrasione. Agli operai che attoniti si gettono ai suoi piedi Francesco, con le lacrime agli occhi, dice: “Per carità, figlioli, ringraziamo la divina bontà, la quale sta sempre pronta a comunicare le sue grazie anche a quelli che ne sono indegni”.

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

La fonte della cucchiarella
Durante la costruzione del convento, essendo scomodo e fastidioso ricorrere al  torrente Isca per approvvigionarsi di acqua, si necessita che vi fosse una fontana nei paraggi della struttura in costruzione e la cosa ha suscitato anche la mormorazione di non pochi frati. Francesco colpisce con un bastone una roccia, che si apre immediatamente facendo sgorgare una sorgente viva di acqua. Quest'acqua è attinta con con l’utilizzo dei mestoli e dei cucchiai: da qui il nome  "cucchiarella” dato alla fonte dai fedeli che la reputano curativa.

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

Le pietre del Miracolo
Sempre durante la costruzione del convento di Paola, si verifica una frana fra le montagne attigue alla zona dell’edificio, per cui due grossi macigni si staccano dalla montagna e stanno per precipitare violentemente sulla struttura del convento e travolgere gli operai. Francesco se ne avvede tempestivamente e grida in loro direzione: “Fermatevi, per carità!”; al che i due consistenti massi restano sospesi in bilico contro ogni legge di gravità. Se avessero impattato sul convento, avrebbero provocato vittime e danni incalcolabili. Ancora oggi le pietre incombono in bilico nei pressi del Santuario a Paola, ma stranamente non appaiono minacciose.

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

Il nipote Nicola
ll nipote di San Francesco, di nome Nicola, desidera abbracciare con lui la vita religiosa, ma sua madre Brigida, sorella del Santo, non glielo permette.
Un giorno Nicola si ammala gravemente e muore. Lo portano nella chiesa di San Francesco per le esequie e, al momento di deporlo nella fossa, il Santo ordina di portare il nipote nelle sua cella. Davanti al cadavere del giovane piange, prega a lungo, lo resuscita da morte e lo restituisce alla sorella, facendosi promettere che mai più questa ostacolerà la volontà del figlio di dedicarsi a Dio.

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

Il dente di S. Francesco
La tradizione vuole che prima di partire per la Francia, S. Francesco reca a Paola per salutare la sorella Brigida. Questa profondamente addolorata per la partenza del fratello e presagendo che non sarebbe più ritornato in Calabria, g li chiede un suo ricordo. Non sapendo cosa darle, il Santo avvicina le mani in bocca, si leva un dente molare e lo consegna come ricordo alla sorella.
In seguito alla Beatificazione del Santo, il dente viene donato dalla stessa Brigida al Convento e ancora oggi viene conservato come reliquia nel Santuario di Paola.
Molti anni dopo la partenza di Francesco dalla Calabria, il dente viene presentato ad una nobile signora di facili costumi; appena questa bacia la reliquia il dente si spezza. Sconvolta da questo prodigio, la donna si converte ad una nuova vita.

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

Charitas
San Francesco di Paola viene spesso raffigurato con uno scudo gentilizio sopra il capo o il petto, sul quale si legge la scritta “ Charitas”.
Secondo la tradizione, mentre il Santo si trova assorto in altissima contemplazione, gli compare davanti l’Arcangelo Michele, con uno scudo nelle mani che sembra un sole spendente e al centro di esso è scritta a caratteri d’oro una sola parola: CHARITAS. L’Angelo gli porge lo scudo e gli raccomanda di farne lo stemma del proprio ordine:
"Francisce, haec erunt insignia tui Ordinis”.
Francesco, per dare l’esempio, non comanda cosa se non per carità; non fa miracolo in cui non risuoni il nome di carità; non pratica virtù, che non l’accompagni con la carità. La parola CHARITAS, insomma, viene scolpita non solo nello stendardo dell’Ordine, ma soprattutto nel cuore di tutti e specialmente di coloro che, nel suo Ordine,  esteriormente ne devono mostrare la luce e interiormente ne devono sentire le fiamme.  

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

La traghettata dello Stretto di Messina
Nell’anno 1464 due magistrati di Milazzo, Angelo Camarda e Giovanni Villani, si recano da Francesco lo invitano a costruire un convento nella loro città. Verso la fine di marzo il Santo parte da Paola assieme a due frati e, a piedi e senza danaro, si avviano verso il litorale reggino, per imbarcarsi per la Sicilia.
Giunti al porto, il Santo si avvicina al padrone di una barca carica di legname in procinto di far vela per Messina e lo prega, per amor di Gesù Cristo, di accoglierlo nella sua barca con i due confratelli per la traversata dello Stretto.
Pietro Coloso, il proprietario della barca, quando si rende conto che i frati non hanno soldi per pagarlo, si rifiuta di traghettarli dicendo in malo modo: “Se voi non avete denaro da pagarmi, io non ho barca per portarvi”.
Allontanatosi in disparte, Francesco implora l’aiuto del Signore. Ritornato sul lido rincuora i suoi compagni dicendo loro che il Signore ha preparato per loro una ben robusta barca. Quindi si toglie dalle spalle il suo mantello , lo stende sulle onde, vi monta sopra con i due compagni, e tenendone stretto un lembo alla estremità superiore del suo bastone, come a servirsene di vela, procede rapido e sicuro verso le coste siciliane. Tutta la gente sul lido resta di sasso per lo stupore e Pietro Coloso, che si era rifiutato di portarlo, lo chiama più volte e lo prega di gradire la sua compagnia, ma Francesco seguita il suo viaggio e, intento a glorificare Dio, non bada alle chiamate che gli fanno i marinai.  

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

Il Pozzo degli impiccati
Giunti a Milazzo, i frati si ritrovano in un luogo infausto e scosceso denominato “Pozzo degli impiccati”, dove avviene la esecuzione capitale dei delinquenti. Qui Francesco vede un giovane, morto impiccato da circa quattro giorni. Mosso a pietà, si avvicina al patibolo e fa tagliare il capestro; l'infelice gli cade tra le braccia, riapre gli occhi e rivive.
I lavori per la costruzione del convento iniziano a gennaio del 1465 in località “Colle San Biagio e sono diretti proprio da San Francesco. L’acqua di cui gli operai necessitano dista chilometri dal cantiere e ciò provoca enormi disagi. San Francesco indica un punto dove scavare, ma durante lo scavo gli operai incontrano due enormi massi che impediscono le operazioni. Il Santo con un segno di croce li rende leggeri; questi massi, ancor oggi visibili, costituiscono le uniche fondamenta del Santuario di Milazzo.
Quando arrivano all’acqua, si accorgono che questa non è potabile, allora San Francesco benedicendola la rende dolce e dice: «Quando i miei Figli si saranno provveduti di una cisterna per raccogliere acqua piovana, quest'acqua tornerà salmastra». Come previsto dal Santo, appena viene costruita una cisterna per la raccolta dell'acqua, quella del pozzo torna ad essere salmastra.  

da: S.Francesco di Paola Vita Illustrata

di  P.Antonio Castiglione

Martinello restituisce i ferri
Il 2 febbraio 1483 Francesco, in compagnia di tre confratelli, parte alla volta di Napoli, prima tappa nel suo viaggio verso La Francia.
Durante il tragitto, Martinello, l’asino che accompagna i frati eremiti, rimane del tutto sferrato.
Il maniscalco a cui si rivolgono, dopo il suo lavoro, pretende di essere pagato. Il Santo ha sperato tanto di ottenere con la carità quel servizio che non può pagare.
Di fronte alle ingiuriose proteste del maniscalco, ordina alla bestia: “"Martinello, restituiscigli i ferri!...", e l'asino, scuote gli zoccoli e lascia cadere al suolo i quattro ferri davanti  all'esterrefatto e avaro maniscalco.  

 

Il Ponte del diavolo a Paola:

Impronta della mano del diavolo

(http://blublogpreziosa.blogspot.it)

Il Ponte del diavolo
La leggenda vuole che il Santo avesse in progetto di costruire un ponte, tuttora attraversato e contemplato da centinaia di pellegrini, per favorire il passaggio da una riva all'altra del fiume Isca. Allora gli appare il Diavolo con la proposta di costruirlo lui in una sola notte in cambio però dell’anima del primo viandante che lo attraverserà. Il Frate accetta ma all'indomani, quando il Diavolo si presenta per riscuotere quanto pattuito, San Francesco, con l'astuzia,  fa passare un cane e invita il diavolo a prendersi l'anima dell'animale. Il diavolo, furioso per essere stato ingannato, colpisce violentemente il muro del parapetto, causando un buco e lasciando l'impronta della mano sulla parete opposta.

 

La "Salvietta" miracolosa venerata a

Benincasa  Vietri nella Chiesta

di S. Maria delle Grazie

(www.sanfrancescodipaola-benincasa.info)

 

La "Salvietta" di San Francesco
Nel 1484 San Francesco di Paola, di passaggio per Salerno mentre si recava in Francia, per tre giorni fu ospite in città presso la residenza dei coniugi Capograsso, appartenenti ad una famiglia antica, illustre e pia, ma destinata ad estinguersi perché tutti i figli che nascevano morivano in tenera età. I buoni coniugi ne erano desolatissimi e narrarono a Francesco la loro sorte infelice. Questi ne ebbe compassione, promise di pregare per la loro sorte e disse: "Non vi affliggete perché il Signore vi manderà ancora altri figli, i quali perpetueranno il vostro casato". E così fu. Verso la metà del XVII secolo la famiglia  si trasferì a Sulmona dove ancora oggi vi sono dei discendenti.
Narra ancora la  tradizione che in uno dei giorni in cui il Santo era a consumare il suo magro pasto si accorse che un pittore, di nascosto, cercava di ritrarlo. Francesco, che si riteneva indegno di qualsiasi onore e venerazione, non gradì e si coprì il volto con la salvietta; ad esaltare il suo servo, Dio compì il prodigio: sul lino della salvietta restarono i lineamenti del suo volto. Nel 1656, narra ancora la tradizione, i discendenti della famiglia Capograsso, per evitare il contagio della peste che infieriva a Salerno, si ritirarono a Benincasa, frazione di Vietri sul Mare. Cessata l’epidemia, alcuni della famiglia restarono in questo villaggio e donarono alla Chiesa la preziosa reliquia , che fu sistemata in un prezioso ed artistico altare di marmo appositamente costruito.

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