25 maggio
SAN GREGORIO VII
(Papa)

Gregorio VII è uno dei più grandi papi della storia. Secondo la tradizione egli nacque a Sovana presso Grosseto, verso il 1020, dal fabbro Bonizone il quale al fonte battesimale volle che fosse chiamato Ildebrando.
Ricevette la prima formazione a Roma dallo zio, abate di S. Maria in Aventino. Fu quindi educato nel palazzo lateranense da due celebri precettori: Lorenzo, ex-arci vescovo di Amalfi, e l'arciprete Giovanni Graziano, divenuto poi papa col nome di Gregorio VI.
Quando l'imperatore Enrico III depose Gregorio VI e lo esiliò in Germania (1047), Ildebrando lo seguì. Come egli stesso ammise in seguito, si recò oltre le Alpi controvoglia, ma la sua permanenza in Germania fu di grande valore educativo e risultò importante per la sua successiva attività ecclesiale. A Colonia, dopo la morte di Gregorio VI, nell'abbazia di Cluny fu in grado di continuare gli studi.

In questo periodo entrò in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica. Fra gli altri, conobbe Brunone di Toul, che divenne poco dopo Leone IX. Su sua richiesta Ildebrando tornò a Roma e iniziò a lavorare nel servizio ecclesiastico, diventando suddiacono della Sede apostolica e legato papale in Francia.

Fu nominato cardinale da papa Alessandro II e alla morte di quest'ultimo, avvenuta il 21 aprile 1073, l'austero abate Ildebrando divenne Papa con il nome pontificale di Gregorio VII.
L'elezione ebbe luogo a furor di popolo il giorno dopo la morte del papa precedente. Solo il 22 maggio il nuovo papa ricevette l'ordinazione sacerdotale, e il 30 giugno la consacrazione episcopale.

Conscio della somma potestà che gli derivava dall'essere il successore di S. Pietro, si pose subito ad attuare il programma di riforma già vigorosamente iniziato dai suoi predecessori con l'aiuto di due intrepidi e focosi monaci: Umberto da Selva Candida (+1061) e S. Pier Damiani (+1072).
Vera tempra di lottatore, estremamente volitivo, perspicace e di carattere impetuoso, Gregorio VII era l'uomo più indicato per rivendicare alla Chiesa le sue libertà, e far trionfare la giustizia e la pace nella sottomissione al Vicario di Cristo delle potenze secolari in tutto ciò che riguardava la salvezza del mondo cristiano.

La sua Riforma è una delle più famose e importanti della Chiesa cattolica e lo vide in contrasto soprattutto con l'Imperatore Enrico IV riguardo alla lotta per le investiture. Proprio l'imperatore lo sfidò nominando a Milano un vescovo di sua fiducia, appoggiato a sua volta da un gran numero di vescovi tedeschi.
Gregorio VII non cedette ed Enrico IV arrivò addirittura a dichiararlo deposto definendolo tra l'altro un falso monaco. Arrivò quindi il momento per il Papa di reagire con forza scomunicando l'imperatore che a quel punto rischiava seriamente il trono, vista l'importanza di una posizione del genere da parte del pontefice. Infatti nel Dictatus papae, San Gregorio VII aveva chiaramente descritto il suo modello di chiesa, fortemente accentrato sulla figura del Papa che aveva il potere di eleggere ciascun vescovo e di esserne il diretto superiore. Inoltre prevedeva di poter destituire un imperatore dispensando i suoi sudditi da qualsiasi tipo di obbedienza. Proprio per questo Enrico IV venne convinto a chiedere perdono a Gregorio VII che glielo concesse nel famoso episodio di Canossa dove si rimise alla volontà del Papa.

Nonostante questo, Enrico IV continuava a nominare vescovi e nel 1080 ricevette nuovamente la scomunica e questa volta reagì  eleggendo a Bressanone un antipapa, Clemente III, e occupando Roma con le sue truppe.
Papa Gregorio, sebbene assediato, riuscì ad inviare segretamente richieste di soccorso a Roberto il Guiscardo, che, dopo aver sottomessa la Puglia, si preparava ad invadere l'Illiria, sempre perseguendo il sogno di conquistare Costantinopoli e farsi proclamare imperatore d'Oriente. Il Guiscardo comprese subito che l'invito del Papa gli offriva due vantaggi immediati: riconquistare la credibilità della Chiesa, i cui diritti aveva abbondantemente calpestato, e disfarsi della minaccia imperiale che costituiva un pericolo per il suo stato mentre egli era impegnato nella campagna illirica.
Era certo di poter sconfiggere facilmente il piccolo esercito con cui Enrico aveva invaso Roma. Con il potente esercito che aveva preparato per la spedizione verso l'Illiria egli mosse subito verso Roma.

Desiderio, abate di Montecassino, avvertì contemporaneamente dell'arrivo del Guiscardo sia l'imperatore che il papa, alimentando la speranza del papa in una prossima liberazione, ma gettando Enrico nella paura e nello sgomento. Consapevole di non poter affrontare le truppe normanne l'imperatore, dopo aver tranquillizzato i Romani con bugiarde assicurazioni sul suo ritorno, lasciò Roma indifesa e nel disordine.
Il Guiscardo fece scempio di Roma con incendi e massacri di inaudita ferocia. Neppure le invasioni barbariche avevano causato alla città rovine così gravi. Tutto questo in nome del papa e proclamandosi vindice del papa!

Dinanzi allo spettacolo terrificante della città distrutta il cuore di Gregorio ebbe uno schianto e, secondo la tradizione, egli si gettò ai piedi del Guiscardo implorando di desistere dalle distruzioni e proclamando che egli era il papa dell'unificazione e non della rovina, della vita e non della morte.

In una situazione così tragica, la permanenza del papa a Roma apparve subito impossibile. La decisione di lasciare Roma per l'esilio di Salerno gli fu imposta dalle circostanze e dalla volontà del Guiscardo. Il popolo romano, infatti, ridotto in miseria dalle rovine della città e dalle ruberie dell'esercito normanno, manifestava apertamente un odio implacabile contro il papa, ritenuto responsabile di tanta rovina per aver chiamato i Normanni in suo aiuto, e nello stesso tempo apertamente cominciava a parteggiare per l'imperatore. Gregorio d'altra parte comprendeva che non poteva fidarsi del giuramento di fedeltà al papa imposto con la paura e la violenza dal Guiscardo al popolo romano.

Dinanzi a queste ragioni e anche per evitare nuove sciagure alla città, il papa, con la morte nel cuore, dovette accettare la via dell'esilio; il distacco da Roma fu lacerante per il cuore di Gregorio perché gli sembrava di tradire i suoi figli abbandonandoli nell'ora della prova e perché era convinto che, con la fuga, comprometteva la causa della riforma, perdendo la fiducia di tutti coloro che avevano creduto in lui e con lui avevano collaborato.

Il 25 maggio 1085 Gregorio finì i suoi giorni in esilio a Salerno, dove è attualmente sepolto nella Cattedrale; sulla sua tomba fu posta la frase: Ho amato la giustizia e ho odiato l'iniquità: perciò muoio in esilio. Fu sepolto in abito pontificale in un sarcofago romano del III secolo.

Fin dai primi tempi dopo la sua morte venne venerato ma l'ufficialità arrivò con Papa Paolo V nel 1606 che lo fece entrare a pieno titolo nei Santi.

Nel 1954, per volere di Papa Pio XII, il suo corpo fu dapprima trasportato per pochi giorni a Roma per essere esposto al pubblico, e poi fu risistemato nella Cattedrale salernitana in una teca d'argento, dove si trova tuttora.

Pubblicato il 10/06/2019